ODISSEA SEMPRE

riduzione di Angelo Savelli da Omero
regia di Andrea Bruno Savelli
con Andrea Bruno Savelli, Valentina Bruscoli (Marcella Ermini), Ludovico Fededegni, Francesco Franzosi,
Nicola Pecci, Marzia Risaliti
scene e costumi: Michele Ricciarini
musiche originali: Martinicca Boison
luci: Alfredo Piras
realizzazione video: Atom Production
macchinisti costruttori: Enrico Novelli, Pietro Gargini, Leonardo Bonechi, Marco Perini
aiuto regia: Alessio Poggioni
assistente scene: Domenico Baccellieri

Tutta la letteratura occidentale
non è che la declinazione
di due grandi archetipi narrativi ed esistenziali
provenienti dall’Iliade e dall’Odissea: l’assedio e il viaggio.”
Raymond Queneau

L’Odissea è per antonomasia il racconto del viaggio. O meglio del viaggio avventuroso. Tanto che ogni percorso, ogni cammino accidentato, irto di ostacoli o impedimenti, grandi o piccoli, viene definito “un’Odissea”.

Ma nell’Odissea di Omero ci sono due grandi viaggi, uno mitico ed uno realistico.
Il viaggio mitico è quello che compie Ulisse dalle mura di Troia, espugnate dopo dieci anni d’assedio, fino al ritorno nella sua casa ad Itaca dopo nove anni di traversie; questo viaggio occupa solo cinque dei ventiquattro canti dell’opera ma si staglia indelebilmente nella memoria con la forza appunto del mito. E siccome ogni mito è anche un simbolo, il fiore che fa perdere la memoria, l’occhio del Ciclope, il canto delle Sirene, la discesa tra i morti, la donna che trasforma gli uomini in porci, il passaggio tra Scilla e Cariddi, sono diventati tanti simboli, a volte poetici, a volte etici, a volte psicanalitici, dell’immaginario collettivo della civiltà occidentale, alle cui fondamenta stanno a pieno titolo i due capolavori di Omero.
Ma questo viaggio mitico è così potente e ricco di immagini che ha rischiato spesso di far passare in secondo piano quello realistico, il percorso di ricomposizione dell’universo familiare di Ulisse, che invece è forse la parte più profonda e dolente del libro. Ed è per questo che, per almeno una volta, abbiamo voluto non portare in scena quel viaggio mitico e darlo per scontato ed universalmente conosciuto.

Di questo viaggio restano nello spettacolo due tracce.
La prima è la nave: l’unico grande elemento scenografico dello spettacolo. La nave, oltre che uno dei maggiori e più ricorrenti topos dell’epica omerica, è naturalmente il simbolo del viaggio; simbolo universale che quindi può riunire in se sia quello mitico che quello realistico. Nella sua asciutta stilizzazione questa nave può dunque declinare il suo valore simbolico diventando, di volta in volta, casa, prigione, rifugio, letto, costellazione celeste ed altro ancora.
La seconda traccia è una reinvenzione onirica del racconto di Ulisse.
Nel 1918, un geniale scrittore irlandese, ispirandosi ad Omero scrive l’Odissea del Novecento: l’ “Ulisse” di James Joyce. E’ questa un’opera complessa, difficile, oscura ma affascinante come il canto delle sirene. Tutta la lunga peregrinazione di Ulisse nel Mediterraneo è riprodotta nella lunga passeggiata avvenuta il 16 giugno 1904 per le strade di Dublino del protagonista Leopold Bloom. I capitoli portano i nomi dei personaggi omerici ma i contenuti si riferiscono alla più comune quotidianità: una birreria, una rissa, una biblioteca, un panino, un parto, un funerale, il porto, un bordello, la casa del protagonista.
Anche nello spettacolo, con un guizzo di temeraria libertà artistica, ispirata da Joyce, il peregrinare di Ulisse è riprodotto nei modi di un piccolo film surrealista, alla maniera di Bunuel e Dalì: niente mitologia ma il valore inquietante e un po’ anarchico di un incubo metropolitano.

Il grosso dello spettacolo è invece occupato dal secondo viaggio, quello realistico, che abbiamo definito come un percorso di ricomposizione dell’universo familiare. Un viaggio in cui Ulisse non è il protagonista assoluto e solitario, ma dove condivide con pari dignità con il figlio Telemaco e la moglie Penelope, la missione di rifondazione mitica di uno dei pilastri dell’architettura sociale dell’occidente moderno: la famiglia mono-nucleare e non tribale. Ulisse non è il re-padrone ma il padre-marito. La sua autorità gli deriva da avere un figlio e una moglie ed è per questo che è importantissimo che figlio e moglie contribuiscano coscientemente e non passivamente alla sua re-investitura sociale. Gli antagonisti che ostacolano questa ricomposizione sono i Proci, i giovani rampolli dell’aristocrazia locale desiderosa di sostituire Ulisse nel letto e sul trono. Nella chiave astratta e contemporanea in cui lo spettacolo immerge i versi “integri” di Omero, questi Proci assumono le sembianze allucinate dei drughi di “Arancia meccanica”.

Quindi tre viaggi. E se il viaggio di Telemaco alla ricerca del padre o, meglio, di un padre, provvisoriamente sostituito da un Mentore, è chiaramente un viaggio di formazione e di maturazione; e quello di Ulisse alla ricerca della patria perduta è un viaggio continuo di ricomposizione e scomposizione d’identità, sottolineato dalle continue “menzogne simili al vero” del protagonista nel proporci le varianti di una sua “autobiografia fantastica” alla Borges; quello di Penelope è forse il viaggio più sottile e complesso; e forse il più poetico, perché è il viaggio tra i sentimenti di una donna astuta e fedele, razionale e passionale, che tra le quattro mura di casa patisce le stesse peripezie dell’illustre marito.
I molteplici viaggi dell’Odissea terminano tutti nella nave/letto di Ulisse. Ma è una fine apparente, perché una oscura profezia ci fa intravedere che il viaggio – come ogni vero viaggio - non finisce veramente mai….







 

 

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