| di Angelo Savelli
liberamente ispirato all'omonimo libro di Vamba
con Luca Amoroso, Giacomo Bogani, Lorenzo Micheli, Diletta Oculisti
scene di Gianni Calosi - costumi di Serena Sarti
musiche di Marco Baraldi - luci di Henry Banzi
LO SPETTACOLO
Quattro attori interpretano quattordici personaggi, dentro una scena e dei costumi colorati e quasi fumettistici, mentre il racconto procede ad un ritmo indiavolato, sostenuto dall'apporto d’orecchiabili canzoni e marcette.
Tutto il libro di Vamba è condensato in cinque brevi scene. Nelle prime tre Giannino getta lo scompiglio tra le tre sorelle ed i rispettivi fidanzati: l'insoddisfatta Ada con il bestiale Adolfo Capitani, la svenevole Luisa con il balbuziente dottor Collalto e la spepera Virginia con il miope avvocato Maralli. Nel girotondo degli equivoci e delle burle vengono coinvolte anche zia Bettina, vecchia zitella brontolona e la signora Olga, svampita attrice vicina di casa. Nella quarta scena Giannino è mandato in collegio tra le grinfie della signora Geltrude e del signor Stanislao. Nella quinta Giannino ed il suo amico Gigino Balestra prendono una colossale indigestione di pasticcini. Purgato con la forza, Giannino s'interroga sul mistero per cui il cattivissimo olio di ricino fa bene e le buonissime paste fanno male.
Non essendo ancora passato dal "principio del piacere" al "principio di realtà", Giannino non solo dice sempre quello che pensa ma peggio ancora osa dire a voce alta anche quello che gli altri sussurrano o nascondono. Così facendo crea situazioni imbarazzanti e catastrofi a non finire, ma al tempo stesso svela le ipocrisie e le piccolezze del mondo circostante.
Così nelle pieghe ironiche di un racconto, a volte anche crudele e sgradevole, ma sempre comicissimo, s'intravede la possibilità d'esorcizzare la dispettosità, l'ombrosità e lo spirito di disobbedienza degli adolescenti.
L'AUTORE
"Il giornalino di Gian Burrasca", scritto dal giornalista fiorentino Luigi Bertelli con lo pseudonimo di Vamba (1858 ‑ 1920), è, insieme a "Pinocchio", uno dei capolavori della letteratura per l'infanzia dell'Italia Unita tra fine Ottocento e primi Novecento.
Come il ben più noto burattino di Collodi, il personaggio di Vamba si stacca per toscanissima ironia e per scanzonato vitalismo sia dalle agrodolci figurine del torinese De Amicis che dagli esotici avventurieri del veronese Salgari. In più il libro di Vamba, accettando il punto di vista ingenuo ed innocente del giovane protagonista, evita elegantemente i moralismi ed i didatticismi tipici della letteratura infantile.
Il tema ricorrente del libro è quello dello scarto tra la visione del mondo dei ragazzi e quella degli adulti. Giannino è il paladino di tutti i ragazzini che subiscono le ingiustizie dei grandi e il sobillatore di tutte le loro infantili rivolte. Per questa sua opera destabilizzante Giannino deve essere punito: e così immancabilmente avviene in un crescendo di pene che lo porterà fino in collegio. Ma neanche questa esperienza riuscirà a piegare il nostro indefesso paladino della verità che, proprio consegnando come prova il suo diario ad un giornale conservatore della città, arriverà perfino a rovinare la carriera politica del cognato socialista. Il giornalino è dunque un'arma, un fuoco d'artificio gettato tra le gambe di una piccola borghesia gaudente nell'Italietta post‑risorgimentale.
"Gian Burrasca" uscì prima a puntate sul "Giornalino della Domenica", il giornale per ragazzi fondato dallo stesso Bertelli e poi in volume a Firenze nel 1920.
Di Luigi Bertelli si ricordano altri importanti libri per l'infanzia, come "Ciondolino" (1985) e "La storia di un naso" (1915), oltre a scanzonati scritti polemici, come "L'epitaffio di Francesco Giuseppe" (1916) o "L'onorevole Qualunque Qualunqui" (postumo).
LE MILLE FIABE DEL MAGO MORGAN
di Maurizio del Ministro
(docente di Storia del cinema all'Universita' di Genova)
L'aspetto più problematico e seducente del "Giornalino di Gian Burrasca", nella messa in scena di Savelli, è il rapporto che il regista riesce a stabilire con il pubblico, sia infantile, sia adulto.
Gian Burrasca, recitato all'interprete con sottili toni epici ed estraniati, diviene una maschera che cambia continuamente: ora è il bambino che per le sue beffe viene percosso e dice di esser perseguitato nella propria casa; ora è un pescatore acrobatico che, appollaiato su una quinta, getta alla ribalta scarpe rotte trovate nell'Arno; diviene poi il presentatore di una buffa dama galante e attrice di varietà. In seguito è un rivoluzionario che, insieme al suo amico Gigino Balestra, evoca fantasmi contro il regime autoritario e fraudolento del collegio; infine ritorna ad esser bambino ammalato, un Pinocchio impaurito dalla morte, che vede ergersi al suo capezzale le sorelle sentite quasi come medici minacciosi.
Il personaggio subisce una serie di metamorfosi, crea un continuo spettacolo esibizionistico di trasgressioni e denuncie, coinvolgendo emotivamente e razionalmente il pubblico. In particolare Gian Burrasca invita i bambini a giudicare ogni sua esperienza. Ad esempio li spinge a dubitare, quando dice di non voler buttare via una pasta alla crema per un rispetto all'infanzia affamata, ed invece cambia idea divorandosela; oppure li spinge a difendere la sua causa, quando, dopo aver ferito con un gioco di prestigio l'avvocato Maralli, accusa il padre d'aver lasciato carica la pistola.
Nella rappresentazione di Savelli assume valore emblematico la figura del prestigiatore, il favoloso ed onnipotente Mago Morgan, in cui Giannino, per la sua voce polimorfa, s'identifica.
Anche qui il regista, come nello spettacolo per adulti "Un monello in casa Stoppani", recupera il "teatro dell'infanzia", l'illusoria megalomania che si accompagna spesso all'incertezza, al timore d'annientamento e quindi a continue maschere e metamorfosi. I destinatari dello "show" vivono le imprese di Giannino, i suoi atti e i suoi gesti ribelli, ritrovano nel personaggio la loro aggressività, per cui tutti i bambini - si potrebbe dire - sono sempre presentatori, esibizionisti e maghi.
Nelle memorie evocate da "Il giornalino", in un atmosfera tra finzione e realtà, in un ritorno alle pulsioni naturali, Giannino assume, per le sue burle moleste, la maschera di un cane ringhioso; la zia Bettina con i suoi abiti sfacciatamente colorati viene vista come un pappagallo; Capitani, rozzo spasimante della sorella Ada, sembra un porco. E un'anguilla, pescata da Giannino, salta come un buffo fallo nel grembo della coppia Luisa-Collalto.
Il "bestiario" è una regressione all'infanzia, rivolto ad una platea di bambini i quali, proprio perché non del tutto acculturati e domati, colgono gli istinti primordiali, e, nella loro risata, sembrano più degli adulti, intuire l'impronta degli antichi antenati nella nostra vita quotidiana.
La trasgressione si diffonde come un vento liberatorio nel conformismo di casa Stoppani e nel lugubre collegio dei direttori Stanislao e Geltrude, veri e propri spettri del potere ipocrita e tirannico.
Questo teatro di Savelli ha senza dubbio una forza conoscitiva, in quanto il bambino, tornando a casa, non avrà immagini falsamente rassicuranti e consolatorie, ma, come avviene ad esempio in "L'uccellino azzurro" di Maeterlinck, imparerà a riconoscersi nelle proprie paure e nel proprio coraggio quotidiano, senza retoriche tranquillizzazioni.
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