LA FURIOSA COMMEDIA

da “Orlando furioso” di Ludovico Ariosto
scrittura scenica di Angelo Savelli
con Marzia Risaliti, Andrea Bruno Savelli, Tiziano Veltri, Giovanni Fochi, Valentina Bruscoli, Francesco Franzosi, Massimo Grigò, Riccardo Naldini, Nicola Pecci
musiche Michele Ricciarini - luci Roberto Cafaggini

anno di produzione 2006

Ridurre la complessità e la ricchezza dell’Orlando furioso alle dimensioni di uno spettacolo teatrale sarebbe stata impresa impossibile e temeraria se non si fosse operata drammaturgicamente all’interno dell’immensa e fantasmagorica epopea ariostesca una chiara scelta di campo, scegliendo una chiave di lettura che potrebbe apparire bizzarra ma che ha invece solide basi critiche. Dagli studi fondamentali ed aggiornati di Lanfranco Caretti che hanno fornito un’importante base di documentazione e di riflessione, ai percorsi critici di Italo Calvino, serviti come antidoto ironico ai ricatti del classicismo scolastico, fino al celebre saggio di Benedetto Croce, nel quale, oltre a sottolineare l’anelito del poeta ferrarese verso un ideale di armonia, al tempo stesso stilistica ed umana, si traccia un quadro esistenziale dell’Ariosto tra i più belli e ispirati della storia della critica letteraria italiana.

All’interno di un grande salone di un imprecisato istituto di cura (che si scoprirà essere il Palazzo delle Illusioni del mago Atlante), un giovane innamorato espone le sue angosce ad una sorta di dottore-filosofo. Con la partecipazione degli altri degenti dell’istituto, il dottore spinge il giovane a rivivere terapeuticamente il tragitto dall’innamoramento alla pazzia già percorso dal paladino Orlando. Fulcro di questa pazzia è la bella Angelica, principessa indiana inseguita inutilmente non solo da Orlando, ma anche da Rinaldo, poi da Ferraù, da Sacripante, da un lubrico frate negromante e da Ruggero, per finire poi, imprevedibilmente, tra le braccia del semplice soldato Medoro. Nel racconto conclusivo di Astolfo, che va sulla Luna a riprendere il senno di Orlando, e del suo conseguente rinsavimento, si palesa la tristezza e il desiderio di fuga del letterato Ariosto dal mondo disarmonico della storia verso l’armonico mondo del fantastico e della creazione artistica. Il tema della pazzia d’amore non era dunque che un travestimento della pazzia di vivere: una rumorosa commedia condotta al tempo stesso con ironico distacco e sofferta partecipazione.

A parte il prologo, un intermezzo e l’epilogo, il testo dello spettacolo è rimasto in endecasillabi che, in certi casi, sono stati smontati e rimontati liberamente, mentre in altri - i momenti più poetici ed intensi – sono stati conservati nell’integrità della splendida ottava ariostesca. Gli attori si trovano quindi a recitare usando sia il discorso diretto che il discorso indiretto, in alcuni momenti interpretando dal di dentro i sentimenti e le azioni dei personaggi e in altri descrivendole e commentandole dal di fuori secondo la disincantata sensibilità dell’autore. Questa scelta drammaturgica ci ha necessariamente sospinti lontano da ogni rappresentazione realistica del testo, aiutandoci a mettere in risalto il grande tema dell’ironia ariostesca e a farci sentire nella sua opera gli echi contemporanei delle nostre piccole e grandi passioni quotidiane.








 



 
 
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